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Arte&Decò
4 / 25 ottobre
Inaugurazione 4 ottobre ore 17.00
FRANCESCA GRAZIANO, KAMILA KERIMOVA “Amorgòs”
AMORGÒS
Amorgòs è la terza prova discografica degli Indaco, una band prog-ethno-folk capitanata da Mario Pio Mancini e Rodolfo Maltese. Pubblicato nel 1999, l'album si ispira all'isola greca di Amorgòs, un angolo dell'arcipelago delle Cicladi che incarna perfettamente l'essenza del disco: un luogo ricco di profumi, colori, suoni, misticismo e immagini bucoliche, come i mulini a vento che si ergono sulle scogliere a picco sull'Egeo. L'album trasporta l'ascoltatore in un viaggio musicale che attraversa terre lontane e misteriose, dalla cultura araba a quella mediterranea, dalle tradizioni folkloristiche ai paesaggi sonori più mistici e profondi.
Sembra divenire abituale per CAU fare da terreno di lavoro per progetti che coinvolgono due artisti diversi. Se esistesse il caso tale sarebbe, ma così non è, tanto più per chi fa della voce "incontri" una delle missioni principali del suo lavoro. In questo 2025 dopo le mostra a due Gigliotti / Severino (febbraio) e Bravini / Lizzio (giugno) arriva, per vie, genesi e modi completamente diversi, quella Graziano / Kerimova.
Quasi due anni di lavoro condiviso da due artiste che prima di incontrarsi per lavorare a questo progetto in comune avevano solo la conoscenza e l'amicizia con il sottoscritto. Come è da logica, la mia logica, i rapporti artistici sono spesso figli di quelli umani e anche quando questo succede a parti invertite alimenta comunque un processo in cui ognuno sostiene e da valore all'altro.
A differenza di tante altre volte in cui sono io a pensare, lavorare e realizzare il terreno degli incontri, a volte anche tra perfetti sconosciuti, in questo sono state le artiste, Francesca Graziano e Kamila Kerimova a decidere e io sono arrivato, anche questo un non caso, solo a lavori in corso. Logico pensare che ognuna deve aver visto nel lavoro dell'altra un legame e una possibilità di dialogo ma conoscendo le tipe e i loro diversi caratteri e approcci alla pittura e alla vita ancor più logico immaginarle ad intuire nell'incontro/scontro uno stimolo, una sfida alle proprie abitudini, modi e certezze, insomma l'occasione per rimescolare e dare diversa linfa al proprio fare arte. Il confronto tra le due, donne e artiste dalla storia e dai modi decisamente diversi è andato per gradi in un continuo passaggio di tele, tavole, tubetti di colore, matite, forme, tecniche, modi, pensieri, giocati (perché anche se assolutamente serio, gioco è stato) spesso per diversi, a volte infiniti, passaggi di mano in mano, in andata e ritorno, fino ad arrivare al risultato buono per entrambe. In
ognuno di questi passaggi, con un processo che sà di un concerto su pianoforte a quattro mani le due si sono passate il proprio pezzo di lavoro cedendolo al pensiero dell'altra, in movimenti che hanno inevitabilmente prodotto ritmiche nuove e diverse da quelle abituali. Tutto da inventare e non semplicemente da interpretare su uno spartito già scritto. Tra conferme, successi e, immagino, non poche crisi e passaggi da discutere, si sono ogni tanto fidate del parere di un esterno, dando comunque vita ad un nuovo modo di lavorare in cui l'una si è fatta carico della storia e del vissuto dell'altra. In questo continuo scambio sono nate opere in cui ognuna resta se stessa e dialoga con i modi dell'altra ma anche opere in cui l'una è finita, sono certo senza volerlo e non per decisioni prese a tavolino, nel territorio emozionale dell'altra prendendone stile, cromie e pure strumenti di lavoro.
Chi di-segnava, scriveva e incideva ha pitturato con modi non suoi e chi pitturava ha fatto suoi gli scritti, i tracciati, i segni che caratterizzano l'altra.
Come in un "tira e molla alla fune", il percorso dei lavori che hanno portato a questa mostra si è nel tempo caricato di umori che sono vissuti di scambi, di affetti e, sono certo, di dubbi e crisi da risolvere.
Le due hanno origini, storie e un vissuto diversissimi e per come la vedo io è proprio in quel terreno che l'incontro ha trovato e cementato il suo perchè artistico e umano.
Francesca Graziano ha vissuto la prima parte della sua vita e gli studi nella terra di origine, la splendida Sicilia e porta con sé e negli occhi la luce, i colori caldi, i sapori, i caratteri, la tenacia dei popoli che hanno formato il patrimonio di quella terra. Arrivata in Umbria si è messa a guardare dall'alto le nostre citta, ed è così, a disegnare i cumuli di tetti, di scale sghembe, di finestre e di prospettive dei nostri borghi all'apparenza senza presenza umana, che l'ho conosciuta e me ne sono innamorato. Ha una splendida famiglia, Matteo e la piccola Caterina, e in quello che dà ad ognuno dei suoi impegni - oltre quella, la scuola e i giovani studenti che cura e stimola come figli, il disegno, l'incisione, la ceramica che fa in orari in cui i normali ancora dormono e sempre mentre con l'altra mano fa qualcosa di diverso - taglia, cuoce, corregge i compiti, pensa, progetta - è sempre al limite delle possibilità umane e non so come faccia a non trasferire e scaricare sugli altri i momenti difficili e gli accidenti della vita quotidiana. È una specie di giocoliere magico che gioca e fa giocare per mandare al meglio le situazioni e per far stare bene gli altri e so che questo suo fare quando non arriva ai risultati sperati la fa star male.
È dolce, permalosa, testarda, dura come una "pina verde" direbbe in lingua maremmana Laura, e allo stesso tempo paurosamente sospettosa ed insicura nel leggere i comportamenti degli altri nei suoi confronti. È come se vivesse il suo fare arte come terreno insicuro che invero nulla ha a che fare con la lucidità e la decisione con cui invece lo lavora. Ci conosciamo da anni, abbiamo condiviso tanto, storie, progetti a volte solo pensati spesso realizzati, mostre, incontri, affetti e per la ricchezza e complessità del suo mondo è la donna artista che con più passione porto con me. La porto con me, sempre, ecco, non esiste un altro modo per dire del nostro rapporto speciale.
Kamila Kerimova, è arrivata a Terni da ancor più lontano, dall'Uzbekistan, e la sua pittura come quella di Francesca è di matrice figurativa, meno visionaria di quella dell'altra, direi comunque aperta e mai chiusa su se stessa. Anche lei curiosa, sperimentatrice, permalosa e capocciona. ma con un vissuto e un approccio mentale e culturale che la fa diversa. Quello che Francesca ha assorbito dagli studi, dalla scuola e dalla continua ricerca di altro, Kamila lo ha studiato, lo estrae, lo sperimenta e lo fa suo, soprattutto sul campo. Se Francesca nel costruire I suoi meccanismi, a partire da un punto tira dritto senza indugi e senza mollare la presa sul foglio, Kamila è capace di tornare sulla stessa opera più e più volte e pure a distanza di tempo. E, sono certo, ci torna sopra non per insicurezza o perché dubbiosa di quel primo risultato, no, è come se fosse spinta da un tarlo che le rode in testa. Lo stesso tarlo che la agita e sembra non concederle stati di parziale rilassamento, lo stesso che la fa un pò muovere a scatti e parlare veloce accompagnando le parole sparate a raffica con espressioni del volto e movimenti del corpo (il teatro fatto professionalmente in terra natia qualcosa deve aver lasciato), con buffi risultati quando ha a che fare con parole e termini italiani a lei non abituali che infila nei suoi discorsi, fuori posto secondo la nostra grammatica, arrivando a risultati che spesso rendono il concetto molto più attraente e centrato dell'originale.
Tutto questo ben di dio, estrema curiosità, agitazione perenne, grandi e solide capacità tecniche, un approccio cervellotico fino all'eccesso, voglia di sperimentare e la facilità con cui condivide i propri saperi con i giovani, con gli altri artisti e con i soggetti fragili, vive dentro una specie di ampolla in cui la cultura e i colori della sua madre terra la fanno da padroni. A distanza di decenni dal suo arrivo in Umbria qualsiasi tema, paesaggio o figura tratti rimanda per modi e vie commoventi alla sua terra d'origine, agli spazi e alle fisionomie di quell'oriente piccolo, tenace e di luce bruciata, che resiste fuori dai percorsi turistici. Certo che oggi vive della cultura occidentale ma lo fa rivestendola di una materia madre che amorevolmente sembra non voler lasciare andare.
A fare i conti le due si sono incontrate e hanno deciso di condividere questo piccolo pezzo del loro fare arte ed evidentemente della loro vita, spinte da bisogni personali, voglie, curiosità, certezze e anche assenza di certezze, spinte emotive, certamente diverse per l'una e per l'altra, che hanno poi lasciato spazio, passo dopo passo, ad un qualcosa che come spesso succede alle persone che si mettono in gioco e si aprono al mondo degli altri ha prodotto nuovi suoni.
Esattamente la stessa materia di cui vive il nostro lavoro e quello di CAU.
Franco Profili

